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Prospettive Musicali

mercoledì 2 luglio 2008

We were in a small cafe/ you could hear the guitars play/ it was very nice/ oh honey it was paradise

[Lou Reed - Curzon Mayfair e Royal Albert Hall, Giugno 2008]

Berlin e' la storia di un amore che finisce e non ci puoi fare niente, finisce e basta, e quando te ne accorgi e' sempre troppo tardi.

Inizia con un compleanno, candlelight e Dubonnet on ice, perche' tutti gli amori viene un momento che sono bellissimi da non crederci che capitano proprio a te e sei sicuro non finiranno mai, come fa a finire una cosa cosi'. Domenica Lou diceva che e' la gelosia a ucciderli gli amori e non ha mica torto. Poi diceva anche che la gelosia e' una cosa universale, non scappi dalla gelosia diceva Lou.

Berlin tutte le volte che lo ascolti lo fai per quelle due ultime canzoni, The bed e Sad song. Certo, prima incontri gioielli da Caroline says, la seconda versione soprattutto, a Man of good fortune, passando per How do you think it feels.

Ma quando inizia The bed il tempo si ferma e la tragedia ti piomba addosso con una forza ancora oggi impressionante. Prima di allora Lou Reed solista era quello di Transformer, il cantore glam prodotto dal trendsetter di quegli anni, David Bowie.

The bed e' tutta un'altra cosa. E' poesia che entra nelle vene e quando raggiunge il cuore e' troppo tardi per fermarla. Questo e' il luogo dove lei appoggiava la testa quando andava a letto la sera. E questo e' il luogo dove abbiamo concepito i nostri figli. Le candele illuminavano la stanza di notte. E questo e' il luogo dove lei si e' tagliata i polsi in quella notte che ha cambiato tutto.

Questo e' il luogo dove abbiamo vissuto, che ho pagato con amore e sangue. Amore e sangue. Oh what a feeling. Sei li' seduto nella Royal Albert Hall buia e ti arriva addosso quel sentimento. La London Metropolitan Orchestra, il London Children Choir, tutti a fartelo sentire addosso quel sentimento, fino a farlo entrare dentro la tua anima.

Non e' musica, non c'entra un cazzo. E' poesia. E' diverso. Lou Reed non e' un musicista, tanto meno un cantante che non ha mai cantato una nota Lou Reed, Lou Reed parla. Lou Reed e' un grande scrittore del ventesimo secolo, uno dei piu' grandi. Lui, Dylan e Cohen. Gli altri sono cantanti. E' diverso.

Se riesci ad arrivare in fondo a The bed, poi tutto diventa possibile. L'anima la senti come una cosa concreta e pulsante che puoi toccare. Ti chiede di uscire, sono troppo grande per stare chiusa qui dentro di te. E tu la fai uscire e ci giochi come fosse un palloncino colorato e leggero la tua anima.

Sad song. Sad song e' una di quelle cose che capitano una volta nella vita anche a uno come Lou Reed. Come Hey Jude gli e' venuta una volta sola a Lennon e McCartney e You can't always get what you want gli e' venuta una volta sola a Jagger e Richards.

Sad song e' la canzone piu' triste della storia della musica, neanche la morte di Mimi' nella Boheme puo' competere con Sad song. E pero' miracolosamente e' catarsi ed estasi. La senti e voli via. Nella versione di Berlin che Lou Reed porta in giro in questi giorni e', per dire, lunga quasi il doppio rispetto alla versione nel film di Julian Schnabel. Non finisce mai e quando finisce sei li' che preghi che sia solo un'illusione. E comunque non finisce davvero mai Sad song. Ce l'hai nell'anima per sempre. Resta dentro di te, ci puoi tornare tutte le volte che vuoi e tutte le volte ti commuovi e piangi.

E spiegatemi come fai a non commuoverti quando Lou si volta verso il coro dei bambini, io ero li' di fianco e ho visto benissimo, si inchina, mette la mano sul cuore, commosso che non sai coma fa a non piangere Lou Reed e forse piangeva pure, e dolcemente solleva la mano e manda a quel coro meraviglioso un bacio di ringraziamento, e loro gli sorridono.

E tu pensi ecco, il piu' bel concerto della mia vita, ho vissuto questi schifosi anni fino ad oggi per potere sentire Berlin in un teatro come questo, e ne e' valsa la fottuta pena ne e' valsa.

Ma il colpo di grazia deve ancora venire e questo non lo puoi sapere. Lou torna sul palco e con lui tutti gli altri. Attacca l'altro miracolo che gli e' riuscito nella sua vita, Satellite of love, che non e' nemmeno Sunday morning o Walk on the wild side, e' oltre Satellite of love.

Il coro dei bambini la rende leggera come l'aria, prima del finale, quello preceduto dalla schitarrata. Dopo Sad song, inizi a vedere la luce, ed e' la luce piu' luminosa dell'universo, come un milione di soli, roba cosi', non fatemi scrivere queste cose che poi un po' quando le rileggo domani mi vergogno. Che tanto e' inutile, un'emozione del genere non ci sono parole, la provi e basta.

Lou l'ho conosciuto Domenica. Sono entrato al Curzon di Mayfair un'ora prima del film di Schnabel e me lo sono trovato davanti, tranquillo, che parlava con Paul Morley, come fosse uno qualsiasi mica Lou Reed. Grumpy lo e' e non capisci se e' scena o cosa. Ma quando lo guardi firmare con calma una pila di dischi, e ogni tanto uno lo commenta pure, capisci che e' una persona in fondo tranquilla e non ti fa neanche tanta piu' paura Lou Reed.

E quando ci siamo stretti la mano e mi ha guardato negli occhi non sono riuscito a dirglielo, ma qui lo voglio scrivere e ridete pure se volete, non me ne puo' fregare un cazzo: ti amo Lou.

[Lou Reed & John Cale - Berlin - Bataclan '72]

16 Comments:

Blogger fabio r. said...

è proprio vero che il genio è straordinariamente quotidiano!
quelli che hanno fatto la Storia (con la S maiuscola, perchè non ditemi che - che so - The dark side of the moon valga meno di Catcher in the Rye..) in definitiva sono le persone più umane e cortesi che esistono.
Forse perchè i piedistalli su cui li abbiamo spesso messi, loro manco li vedevano. Ann fa' loro erano già più alti. e dall'alto si riprende il controllo del mondo, e si capiscono le dimensioni...

A me è successo spesso di rimanere a bocca aperta, con il mio cd (o il vinile) in mano mentre i miei idoli erano lì e parlavano con me.
Scesi dall'olimpo e dai posters dove li credevo confinati...
Alan Stevell mi ha tenuto lì, sotto il palco, a parlare d'irlanda; Wilson Pickett voleva addirittura ricomprare il vinile che stava firmandomi, poi ci siamo seduti a bere birra fresca dopo il concerto... ecc...

Ti capisco al 101%...
ciao

mercoledì, 02 luglio, 2008

 
OpenID borguez said...

in realtà non vorrei aggiungere altro, niente di più di quanto tu non abbia già scritto.
solo una testimonianza, la mia!
è che Lou lo amiamo in tanti e della gelosia ce ne faremo una ragione.
grazie Fabio.

mi ricopio qui sotto una tua frase, per essere sicuro di averla letta, per essere certo che non mi perderò.

Lui, Dylan e Cohen. Gli altri sono cantanti. E' diverso.

mercoledì, 02 luglio, 2008

 
Blogger Fabio said...

Cortese forse Lou non proprio, pero' disponibile quello si'.

Dopo l'intervista, ho incontrato Paul Morley, storico giornalista dell'NME, fondatore della ZTT, e gli ho chiesto come si sentiva. Mi ha risposto: it was vvvvery difficult Fabio. L'espressione non riesco a renderla, ma sembrava uno che non ne potesse piu' di uscire di li' e prendere un po' d'aria scappando il piu' lontano possibile.

Pero' e' uno paziente Lou, che se ne sta a firmare copertine di dischi e a parlare con i fans. Inutile fare polemiche, ma voglio vedere se il cantante dei che ne so Razorlight o altri simili pellegrini si comporta cosi'.

mercoledì, 02 luglio, 2008

 
Blogger Fabio said...

Grazie a te Borguez. Ci sono post che scrivi e altri come questo che te ne stai li' ed escono da te senza che tu le parole riesca a trattenerle. La tua testimonianza e' preziosa, e ti ringrazio.

mercoledì, 02 luglio, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

Mi sa che è venuto il momento di comprare "Berlin".
p.s.: anch'io mi sono chiesto spesso come faccia un artista a commuovere il pubblico e nello stesso tempo a mantenere la 'freddezza' per effettuare un gesto che - se non fosse studiato prima - gli sarebbe impossibile compiere in un certo stato d'animo. Credo che debbano necessariamente 'recitare' la parte, senza per questo dare una connotazione negativa a questo fatto. L'importante - ed è una cosa che si capisce a pelle - è che l'origine primaria di quel gesto sia sincera, e non verrà annullata dal numero di volte che l'artista deve riperterla.

giovedì, 03 luglio, 2008

 
Blogger Fabio said...

Non so chi tu sia, ma permettimi di dirti che il tuo commento e' straordinario. Sei riuscito a esprimere un concetto che mi ronza nella testa forse da anni e che non sono mai riuscito a chiarirmi.

Proprio cosi'. Esiste una componente di teatralita', una stage persona come mi pare si dica, un elemento studiato ad arte. E questo serve a mantenere la freddezza necessaria a quel gesto che riesce a pochi, di trasformare i propri sentimenti e le proprie emozioni in arte che lascia sgomenti.

Fammi sapere, chiunque tu sia, cosa pensi di Berlin, disco che, gia' questo dice molto, ci abbiamo messo decenni a capire. Lou era oltre.

giovedì, 03 luglio, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

Sono Q., scusa, mi ero dimenticato la firma. Comunque non è tutta farina del mio sacco. Ho letto queste cose in un libretto di Sgalambro, pubblicato da Bompiani, nel quale parla della Canzone. Di Lou Reed ho 'Transformer', 'Ecstasy' e 'The Raven', ma quest'ultimo non l'ho ascoltato molto. Ciao.

giovedì, 03 luglio, 2008

 
Blogger Fabio said...

Nessuno ha ascoltato molto The raven ;)

giovedì, 03 luglio, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

Berlin è bello, ma mi viene volgia di impiccarmi come nemmeno con Closer, Pornography o Desertshore...E' la differenza tra dolore reale e la sua rappresentazione. Un dito che sanguina davvero, il tuo, e quello di un'altro. Finché non succede anche a te, non te ne rendi davvero conto.

C'è un momento id Berlin che non mi è mai nadato giù: quando i figli di Bob Ezrin piangono. Mi è sempre parsa una trovata troppo cheap, da "tv del dolore" ante litteram. Però son fatto così. E in casa, guarda un pò, ho più dischi di John Cale che di Lou Lou...

g.t.

giovedì, 03 luglio, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

Berlin è bello, ma mi viene volgia di impiccarmi come nemmeno con Closer, Pornography o Desertshore...E' la differenza tra dolore reale e la sua rappresentazione. Un dito che sanguina davvero, il tuo, e quello di un'altro. Finché non succede anche a te, non te ne rendi davvero conto.

C'è un momento id Berlin che non mi è mai nadato giù: quando i figli di Bob Ezrin piangono. Mi è sempre parsa una trovata troppo cheap, da "tv del dolore" ante litteram. Però son fatto così. E in casa, guarda un pò, ho più dischi di John Cale che di Lou Lou...

g.t.

giovedì, 03 luglio, 2008

 
Blogger Fabio said...

Caspita, e' come aspettarsi un post da Superman e trovarlo ma firmato Clark Kent :)

Il momento che dici, quello alla fine di The kids, mi aspettavo di capire come Lou lo rendesse dal vivo. Se avesse fatto piangere i bambini del coro mi sarei alzato e me ne sarei andato :)

Invece no, le voci dei bambini arrivano preregistrate e confuse, senza le grida strazianti mummy mummy del disco. Tra l'altro arrivato a quel punto abbasso sempre un po' lo stereo, non vorrei che si diffondesse nel condominio la diceria che quell'italiano un po' strano che vive da solo all'ultimo piano porta via i bambini, sai com'e'.

giovedì, 03 luglio, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

Sì, non è proprio il massimo.

Sono un pò rimba e sarà l'età e/o il caldo: ma me la spieghi la battuta su Superman.. :D

JC

giovedì, 03 luglio, 2008

 
Blogger Fabio said...

Ti eri firnato GT.

giovedì, 03 luglio, 2008

 
Anonymous Anonimo said...

aaaaahhhh, okkk :P

JC

giovedì, 03 luglio, 2008

 
Blogger soledad said...

Dopo un post come questo qualsiasi parola in più mi pare fuori luogo. Vorrei solo farti notare che questo è il disco che mi ha cambiato la vita e vorrei ringraziarti per aver saputo tradurre in parole le emozioni della prima volta che lo sentii. Quando lo registrai su una cassettina ad un amico (sì, a quei tempi c'erano le cassettine), il suo commento fu 'quando ne parli ti si illuminano gli occhi'. E questo capolavoro continua ad emanare la sua luce abbagliante ad ogni ascolto...Ora come faccio a non metterlo nel player?

Però, a leggere la tua recensione del concerto in toni così entusiastici, mi sorge una curiosità...non so se ti è capitato di leggere la recensione che venne fatta l'anno scorso su Blow Up, mi pare...ma avrà visto lo stesso concerto? forse non aveva idea di chi fosse Lou Reed o di cosa stava vedendo? o realmente Lou magari non era in serata?

A proposito di rimanere senza parole davanti ai nostri idoli...quando l'anno scorso ho incontrato i Sonic Youth all'Autogrill di Bologna, prima del concerto di Ferrara, non riuscivo a fare la foto da quanto mi tremavano le mani :) e Thurstone rideva ovviamente, dire qualcosa poi...non se ne parla proprio :)

Sole

venerdì, 11 luglio, 2008

 
Blogger Fabio said...

JC -

Ho gatto battute migliori nella mia vita in effetti...

Soledad -

No, non ho letto la recensione di Blow Up. Ne', se posso dirlo, mi interessa leggerla. Non leggo riviste italiane da anni, mi confondono le idee. Le mie fonti di informazione sono cinque: Wire e 4 newsletters - Other Music, Sounds of the Universe, Dusty Groove e Rough Trade. Studio quello che esce, e poi giudico ascoltando, senza conoscere quello che pensa questo e quel giornalista. E' un metodo che consiglio.

I Sonic Youth all'Autogrill! Mi mandi le foto? prospettivemusicali@gmail.com. Ti ringrazio se puoi farlo.

Thurston persona meravigliosa. Quando lo incontrai per Radio Popolare ci mettemmo a parlare e poi mi invito' a seguirlo nel suo albergo per continuare la nostra conversazione, con una disponibilita' incredibile.

lunedì, 14 luglio, 2008

 

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