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Ambiente Uguaglianza Tempo

giovedì 30 marzo 2006

Japan, The very best of (Virgin 2006)

Ricordate? Eravamo rimasti al 1981, la mia cameretta che si riempiva di uno strano miscuglio di suoni: Talking Heads, Eno & Byrne, Television, Patti Smith, Devo, Clash, Joy Division, XTC. La mia gioia quando nella cassetta postale trovavo le lettere di Diane e i consigli per gli acquisti di Olivier.

Quell'autunno trascorse risparmiando su tutto per andare a Milano a comprare quei vinili che facevano la mia felicita'. Iniziai a frequentare un negozio di via Torino che si chiamava Zabriskie Point. I commessi e gli altri clienti sapevano un sacco di cose e mi suggerivano nomi mai ascoltati prima.

Un giorno, nella cittadina dove sono nato, mi fermai davanti alla vetrina di un negozio di dischi e poco dopo arrivo' alle mie spalle un mio compagno di liceo scontroso e schivo, con il quale non avevo mai legato. "Ti interessi anche tu di musica?" mi chiese. Scoprii che anche lui, guidato da un suo ancora piu' scontroso e schivo fratello, si interessava ai nuovi suoni che arrivavano fino a noi dalle metropoli americane e dall'Inghilterra, dove sognavamo di vivere un giorno. Iniziammo a scambiarci vinili e cassette e mi fece conoscere un programma di una radio di Busto Arsizio, chiamato Marquee, finalmente qualcosa che poteva piacermi.

Poi arrivo' l'Inverno. Come gli anni precedenti, trascorsi le vacanze di Natale in montagna. Il mio migliore amico si chiamava Andrea, viveva a Torino, ma ci ritrovavamo tutte le esatati e tutti gli inverni a Gressoney. La sua famiglia viveva in una casa davanti a un immenso prato, alle pendici della collina del castello. Erano persone particolari i suoi genitori. Vivevano senza la televisione, ascoltando musica classica e folk del mondo, leggendo moltissimo. Evitavano di usare la macchina: camminavano e andavano in bicicletta ovunque. Erano i tempi nei quali a casa mia si guardava religiosamente Mike Buongiorno e Portobello. Io appena potevo scappavo a casa di Andrea, felice di immergermi in quello stile di vita semplice e interessante, cosi' diverso da quello nel quale ero cresciuto.

Quell'inverno Andrea mi presento' un suo amico di Torino, la cui famiglia aveva affittato un appartamento appena fuori dal centro di Gressoney. Si chiamava anche lui Andrea. Un giorno mi invito' da lui e ci sedemmo per terra a parlare. Il discorso cadde sulla musica e ricordo quel pomeriggio come fosse oggi. Andrea che parlava di punk californiano, citando gruppi che non avevo mai ascoltato: Black Flag, Circle Jerks, Germs. Ricordo ancora una sua frase: "Il mio inno e' un brano degli X chiamato 'We are desperate'". Mi parlo' dei Gun Club e dei Cramps, che sarebbero diventati oggetto di adorazione poco dopo anche per me.

Poi mi disse "Tu devi leggere questo" e mi porse una rivista in carta ruvida, in un bianco e nero che pareva fotocopiato. In copertina c'era la foto di un saxofonista invasato, tale James Chance. La rivista si chiamava Rockerilla.

Appena tornato nella piccola addormentata cittadina dove vivevo, feci impazzire il mio vecchio edicolante fino a quando inizio' a procurarmi quella rivista stampata in un piccolo paese della Liguria. Riuscii a comprare il numero con in copertina James Chance, Dicembre 1981, che ancora conservo religiosamente. Il numero successivo aveva in copertina un gruppo tedesco, i DAF, quelli dopo, li ricordo ancora, i magnifici Ludus, i Theatre of Hate, Lydia Lunch.

L'attesa del numero nuovo di Rockerilla dava un senso al tempo che passava sonnacchioso, scandito da compiti in classe e interrogazioni. Ogni volta che Claudio Sorge e Marco Reina suggerivano un disco, dovevo fare di tutto, di tutto, per trovarlo. Marco, forse ve l'ho gia' raccontato, l'avrei conosciuto molti anni dopo, e adesso e' un mio carissimo amico, oltre che vicino di casa qui a Londra.

La mia firma preferita di Rockerilla, quello che ancora oggi considero il miglior giornalista musicale italiano di tutti i tempi, era pero' Alessandro Calovolo. Gli articoli di Calovolo, che mori' giovanissimo qualche anno dopo, credo proprio in questa citta', non assomigliavano a quelli di nessun altro. Erano pieni di ricercata poesia e riferimenti ad altre forme d'arte. Parlava di musica citando Cocteau e Rothko.

Grazie a lui scoprii un gruppo che ancora oggi amo, i Japan.

"Just when I think I'm winning
When I've broken every door
The ghosts of my life
Blow wilder than before
Just when I thought I could not be stopped
When my chance came to be king
The ghosts of my life
Blew wilder than the wind".

Comprai due loro dischi, "Gentlemen take Polaroids" e "Tin drum". "Ghosts" divenne per me una vera ossessione, con quella voce profonda che galleggiava in un iperspazio sonoro minimalista amniotico in bianco e nero. Al pari di "Bela Lugosi's dead", "O Superman" e "Transmission", "Ghosts" divento' la colonna sonora di quegli anni, una traccia epocale , l'inizio di un viaggio che sarebbe arrivato fino a "Blemish" attraverso preziose collaborazioni con Sakamoto, Fripp, Czukay.

"I was already more drawned to melancholy pieces of music; my heart was calling me as a writer to strip things away, conceal myself less. With "Gentleman take Polaroids" I was just beginning to get there. With "Tin drum", a door opened and I saw a path ahead that resonated".

"The very best of" contiene 2 versioni di "Ghosts", una splendida registrazione live di "Canton", un remix di "Life in Tokyo", un altro di "Taking islands in Africa", la commovente "Nightporter" e gioielli indimenticabili come "Visions of China" e "Cantonese boy".

L'ho ascoltato spesso in questi giorni, pensando agli incontri che hanno cambiato per sempre la mia vita.

mercoledì 29 marzo 2006

Goldfrapp + Antony & the Johnsons + Starsailor, Royal Albert Hall, 28/ 3/ 2006

A volte mi capita di ripensare ai primi tempi in questa citta'. Quando arrivai a vivere qui avevo gia' compiuto 35 anni. Ne' tanti ne' pochi. I primi mesi furono di esplorazione frenetica. Volevo scoprire tutto e subito, con l'urgenza della passione che metto un po' in ogni cosa che faccio.

A quei mesi segui' un periodo di domande e, soprattutto, solitudine, desiderio di condividere senza sapere bene con chi. Senza saperlo affatto a volte. Il mio spirito "latino" che mi porta a parlare con qualsiasi sconosciuto incontro sulla mia strada si scontrava spesso con la proverbiale privacy inglese. La mia friendliness con il loro disinteresse, qui, ho imparato, considerato molto cool.

Pero' non mi sono mai davvero perso d'animo e oggi posso dire che molte delle persone alle quali sono piu' legato le ho proprio conosciute nascondendo da qualche parte timidezza e insicurezze e mettendomi a scambiare idee con gli sconosciuti che i miei percorsi mi facevano incontrare (con i miei colleghi di lavoro, detto tra parentesi, non voglio avere a che fare un minuto di piu' del tempo che vengo pagato per stare tra questi deficienti col vuoto pneumatico di curiosita' nel cervello).

Saskia la conobbi cosi', quasi 3 anni fa, a una mostra del vecchio Wayne Thiebaud, in una galleria al primo piano di un elegante palazzo di Mayfair, un Sabato pomeriggio. 5 tele di grandi dimensioni. Paesaggi nei quali perdersi, campi, alberi, laghi, tutto rappresentato da una strana prospettiva aerea. Ambienti idilliaci, sereni. Nella galleria eravamo solo in due, persi in quelle tele. L'altra visitatrice era questa graziosa ragazza che avra' avuto forse la meta' dei miei anni. Mi colpirono i suoi occhi azzurri e trasparenti, che mentre osservavamo quei grandi paesaggi, piu' volte si incrociarono con i miei in un sorriso aperto e simpatico. "Aren't they beautiful?" uno di noi deve avere detto a un certo punto, e cosi' iniziammo a parlare, prima tra di noi, poi anche con l'impiegata della galleria. Ed e' stata una chiacchierata cosi' piacevole, parole come colori e colori che si trasformavano in parole. Prima di lasciare la galleria ci scambiammo nomi, numeri di telefono e indirizzi e-mail.

Ci rivedemmo un po' di volte prima che Saskia, dopo la sua sessione di esami, tornasse a Berlino. L'anno successivo lo passo' a Parigi e quello dopo a Barcellona, per studiare francese e spagnolo. Poi, qualche mese fa, mi arrivo' questa sua mail nella quale mi annunciava che sarebbe tornata a Londra e mi diceva che le sarebbe piaciuto che ci rivedessimo.

Un mese fa mi chiamo', con la sua voce allegra e sempre entusiasta, e mi convinse ad andare insieme a sentire il molto hyped concerto di Goldfrapp alla Royal Albert Hall.

Fast forward a una settimana fa, mentre sto leggendo Time Out e rimango senza parole. Leggo e rileggo, convinto di non avere visto bene. E invece, magia, scopro che opening act di Goldfrapp sono niente meno che Antony & the Johnsons!

Cosi' ieri eccomi alle sette di sera fuori dal grande cilindro riccamente decorato, davanti ai Kensington Gardens, ad aspettare di rivedere Saskia e di vedere per la prima volta Antony. Prima di lui suoneranno gli Starsailor, autentici cloni dei Verve. Saskia che mi dice quello che credo di avere scritto anch'io da queste parti: che Franz Ferdinand, Arctic Monkeys, Kaiser Chiefs, Starsailor non sono ne' bravi ne' no, ma rappresentano "esattamente la musica di questi anni qui a Londra, quella che senti tutt'attorno camminando per le strade di questa citta'".

Intervallo, e poi si spengono di nuovo le luci e un boato accoglie Antony accompagnato da un chitarrista acustico e da una violoncellista. Il set sara' piuttosto breve purtroppo, e un paio di "false partenze" proprio a meta' rovineranno un po' l'atmosfera magica. Ma Antony dal vivo resta un'emozione incredibile, la sua voce che rompe quel silenzio carico di tensione che sa generare, il piano suonato in grande liberta', inventando linee sonore molto diverse da quelle dei dischi. I brani che riconosci per le liriche prima che per la musica. Finale con "Hope there's someone" e quei marosi che si infrangono sulle pareti e sull'alto soffitto del prestigioso teatro.

Altro intervallo. Pubblico, molto femminile, che rientra, e ora tutta la Royal Albert Hall e' piena di persone e di attesa. Allison Goldfrapp mi sorprende davvero, non credevo mi potesse coinvolgere cosi' tanto, ve lo sareste immaginato? (E si', una volta credo di averla trasmessa a Prospettive Musicali, immagino accolta dai miei soci con un giustificabilissimo orrore).

Apertura con i brani piu' memorabili di "Felt mountain" ("Utopia" e "Lovely head"), con quella voce che taglia l'aria come un raggio laser. Poi e' la volta dei brani piu' ad alta energia danzereccia di Supernature, attesissimi. E quando ormai non ci speravamo piu', alla fine del concerto, la biondissima cantante rientra per una versione davvero molto bella di uno dei suoi brani migliori, "Black cherry".

Sono passate da poco le 11, la pioggia ventosa di South Kensington ci accompagna mentre camminiamo velocemente verso la stazione della metropolitana. Proprio una bella serata.

lunedì 27 marzo 2006

Andre' Techine', Les egares

E' stato il mio primo fine settimana interamente londinese da un po' di tempo. Un'occasione per vivere questa citta' senza fretta, finalmente.

Ripresa anche la bella tradizione di concludere la Domenica con un buon film. E' il mio modo per evitare di pensare al Lunedi'.

All'Istituto Francese, dove proiettavano "Les egares" di Techine', sono arrivato camminando da Notting Hill, attraversando i Kensington Gardens verdissimi per le recenti pioggie, costeggiando la Serpentine Gallery e il Victoria & Albert Museum. Una passeggiata che amo e consiglio.

L'Istituto Francese, forse lo sapete gia', e' uno dei luoghi di questa citta' che preferisco. Un bel punto d'incontro, con un delizioso caffe', la biblioteca, spazi per leggere e cuffie per ascoltare musica. E il cinema naturalmente, al quale si accede passando per la grande scala di marmo che si apre nell'atrio dell'Istituto.

Andrea stava ascoltando musica, Marco raccoglieva informazioni sulle iniziative, Aimee e Vanessa erano sedute a un tavolino del caffe', Ilaria chiacchierava con due suoi amici olandesi molto simpatici. Come da copione, e per quanto mi sforzi di cambiare, sono sempre l'ultimo.

"Les egares" e' stato presentato a Cannes credo un paio d'anni fa, ma che io sappia non e' mai stato distribuito in Inghilterra prima d'ora. La storia e' quella di Odile e dei suoi due figli i quali, l'anno e' il 1940, scappano da Parigi occupata dall'esercito tedesco. Quando nel corso di un bombardamento la loro auto viene colpita, fuggono a piedi insieme al diciassettenne vagabondo Yvan, e trovano riparo in una splendida casa immersa tra campi di grano e colline di felci.

Sembra una storia tradizionale, e invece non la e'. La guerra resta sullo sfondo, quasi un pretesto per generare la situazione di contatto tra persone appartenenti a classi sociali e culturali diverse, la raffinata insegnante Odile e l'analfabeta Yvan. E' un film che pone domande piuttosto che dare risposte, specie nel finale. Che succede davvero a Yvan? Dobbiamo credere alle parole del poliziotto? O invece la verita' e' piu' complessa?

Bravissima, come sempre, Emmanuelle Beart, attorno alla quale ruota la trama di tutto il film.

Terry Callier, Jazz Cafe', 25/ 3/ 2006

La cosa che ti colpisce immediatamente e' la sua elegante tranquillita'. Terry Callier e' un signore soft-spoken e gentile. La sua musica, poi, e' proprio come lui. E' stata definita folk, jazz, soul. Non si capisce bene cosa sia, ma non e' importante. Suoni profondi e naturali, questo e' quello che conta. Il suo ottetto e' affiatato e rilassato.

Di lui parlano tutti in questi giorni qui a Londra per essere il protagonista di "Live with me", nuovo singolo dei Massive Attack. Ma Callier arriva da lontano. Il suo primo contratto discografico, per la Chess, risale al 1963. La sua e' una lunga storia di successo di culto e oblio. Negli anni '80 lascio' la musica per diventare programmatore di computer alla University of Chicago, prima di venire riscoperto da Gilles Peterson e riprendere a incidere, questa volta per Talkin' Loud. Delle collaborazioni successive, con Paul Weller, i Koop, Nitin Sawhney, credo sappiate gia'.

La sua musica, sentita un Sabato sera a Camden, mi ha messo davvero di buon umore. L'alternarsi di ballate acustiche e frammenti jazz rende tutto cosi' interessante. Mi sono reso conto di non aver staccato l'attenzione neanche un attimo. Callier che setaccia l'oro del suo repertorio davanti a noi, da "African violet" a "Pyramids of love", da "Sign of the times" a "Ordinary Joe". Assoli di sax e tastiere acrobatici e sempre in crescendo, ma calibrati, mai lunghissimi.

Poi ringrazia, con quelle guanciotte simpatiche aperte in un sorriso, e si mette a firmare copertine, mentre tutto attorno si diffondono le note classic Motown di DJ Andy Smith e lo spazio davanti al palco si trasforma in un informale dancefloor. La notte a Camden Town e' ancora giovane.

[Non e' un concerto particolarmente economico, lo so, ma cercate di non perdere Callier quando suonera' al Blue Note di Milano, tra qualche giorno: vedrete che non vi deludera'].

Brian Eno & David Byrne, My life in the bush of ghosts (EG 1981)

Piu' passa il tempo e piu' mi affeziono a London Calling. Iniziai a scrivere questo blog oltre un anno e mezzo fa, senza un progetto preciso, tipo "vediamo cosa succede se scrivo qualche pensiero e lo metto in rete". Per tutto il primo anno non mi arrivarono commenti e non avevo un contatore delle visite. Soltanto qualche amico, quando raccontavo qualcosa che avevo scritto qui, mi interrompeva dicendo "Si' si' lo so, l'ho letto nel tuo blog". Lo nominavo, l'indirizzo di London Calling, all'interno di Prospettive Musicali, ma senza contatore non ho mai saputo se qualche ascoltatore davvero avesse trascritto fabiocalling.blogspot.com sul suo computer.

Poi un giorno mi arrivo' una mail di Gnop, il webmaster di Radio Popolare, che mi spiegava come inserire foto (era una procedura piu' complicata di adesso) e mi suggeriva di inserire un contavisite. E infine l'amico ingegnere informatico Antonio mi segnalo' la possibilita' di conoscere la provenienza geografica dei lettori con Mapstats. E soprattutto cominciarono ad arrivare alcuni commenti. Non finiro' mai di ringraziare chi passando di qui lascia qualche idea o un saluto, mi fa troppo piacere.

Oggi London Calling ha un suo piccolo seguito di amici. Leggete, scrivete, discutete tra di voi e con me. "Avete la pazienza di leggere" dovrei dire, dato che spesso parlo di musicisti, luoghi, fotografi, artisti, mostre, situazioni che a molti di voi non diranno moltissimo.

Non tutti voi siete appassionati di musica per esempio. Ecco, ho fatto tutta questa lunga introduzione per dire questo: se siete alla ricerca di un punto di partenza per iniziare un'avventura in quella cosa magica e indispensabile che chiamiamo musica, partite di qui. Era il 1981, estate. Ricordo il mare e ricordo una sera sulla spiaggia. La mia amica belga Diane che si avvicina a me e nel suo inglese con forte accento francese mi dice "You are the light for me" prima di darmi un bacio sulle labbra. E ricordo il giorno dopo, lei, suo fratello Olivier e io che prendiamo un treno e andiamo a Rimini, in un negozio del quale ho ancora in mente il nome, Dimar (chissa' se esiste ancora) e Olivier che impazziva per questo gruppo chiamato Talking Heads, del quale in quell'Estate ascoltava in continuazione due dischi, "Fear of music" e "Remain in light". Comprai tutto quello che trovai di quella formazione. Olivier mi parlo' anche di questo disco, inciso dal cantante dei Talking Heads con un altro musicista, un inglese del quale dovevo avere letto qualcosa, tale Brian Eno. Comprai anche quello.

Tutti quei dischi li ascoltai a Settembre, tornato a casa dal mare. Mi piacquero tutti, naturalmente. Quello che trovavo piu' misterioso, che infatti ascoltai piu' spesso, era proprio "My life in the bush of ghosts". Quelle voci lontane captate chissa' dove, miste a suoni mai sentiti prima. Fu uno di quei dischi che mi fecero capire tante cose. Soprattutto che c'era un mondo che ancora non conoscevo, ma che avrei fatto qualsiasi cosa per esplorare.

Oggi quel disco viene ristampato, a 25 anni di distanza dalla sua uscita. Sono passati 25 anni e quel disco mi affascina come la prima volta che lo misi sul giradischi. Non so, forse sono sciocco, ma e' una cosa che mi commuove. Una certezza in un mare di dubbi.

Lo dico ai lettori che non lo conoscono ancora: non sprecate l'occasione di portarvi a casa un assoluto capolavoro che, credetemi sulla parola, amerete per sempre.

sabato 25 marzo 2006

Metal machine photography

Piove qui a Londra e non c'e' nulla che faccia pensare alla primavera. Avrei voluto passeggiare ai Kensington Gardens e fermarmi a leggere un libro, ma e' proprio impossibile. Avevo voglia di Kensington e Chelsea oggi, di viali alberati e mews silenziosi, cosi' sono stato in quella zona tranquilla e molto esclusiva che si trova tra Gloucester Road e il parco. E naturalmente ne ho approfittato per fare una visita a una delle gallerie fotografiche piu' interessanti di questa citta'.

Dove fino al 22 Aprile resta aperta la mostra di Alexandre Vitkine, 96enne fotografo tedesco, celebre per le sue foto in bianco e nero di paesaggi e dettagli industriali. Qui trovate una bella galleria di suoi scatti, che esplorano il rapporto tra uomo e macchina. Nelle sue foto l'uomo e' completamente asservito ai bisogni produttivi e l'irregolarita' dell'ambiente e' del tutto piegata a una perfezione geometrica indotta di linee e forme.

Eppure c'e' grande poesia in questi scatti. Certo, gelida, asettica, meccanica. Vengono in mente i Kraftwerk glaciali che contemporaneamente alla realizzazione di queste foto concepivano Trans Europe Express. Sfumature cromatiche annullate in un sistema di colori binario, che avrebbe anticipato il mondo nel quale anche voi che state leggendo queste righe vivete piu' o meno felicemente.

venerdì 24 marzo 2006

Rebel rebel


"I intend to explore the relationship between the story of my sister, myself and Saint Barbara and, more generally, the parallel between saints and modern rebellious women"
- Nan Goldin

Guardo l'ora e calcolo approssimativamente quanto tempo mi ci vorra' per scendere fino alla ventiduesima strada. Non puoi tornare all'hotel dopo le tre e un quarto se vuoi essere sicuro di non perdere il volo per Londra delle 19.30, mi intima l'antipatica concierge che insiste per prenotarmi uno shuttle bus per quell'ora. Decido di ignorarla e di affidarmi alla metropolitana newyorkese per i miei spostamenti.

Quindi giu' verso l'incrocio tra la ventitreesima e l'ottava avenue, e poi a piedi fino all'incrocio tra ventiduesima e undicesima, attraversando la Chelsea che piace a me, edifici bassi di mattoni anneriti con le scale di ferro esterne, negozietti indipendenti, alberi. E tante gallerie d'arte a punteggiare il mio percorso.

Sono diretto alla Matthew Marks, una delle gallerie private piu' prestigiose di questa zona della citta'. Ho letto che hanno aperto una mostra di Nan Goldin e figuriamoci se perdo un solo scatto di una delle mie fotografe preferite, anche a costo di bigiare l'ultima mezza giornata di conferenza e di perdere l'aereo. Si vive una volta sola e a New York non si torna cosi' spesso.

La galleria non e' tanto grande. Le foto di Nan sono di grande formato, spesso in serie di tre. Ci sono paesaggi, persone, tutto quanto ritratto con il consueto senso di minaccia, di mondi suburbani degradati al quale la fotografa americana ci ha ormai abituati. Mi colpiscono i cieli, le nuvole basse, i voli di uccelli che danno al tutto geometrica eleganza e profondita'.

Il meglio pero' avviene dietro alla porta nera che divide la sala principale da uno spazio proiezioni allestito sul retro della galleria. Sento uscire musica di Nick Cave e mi precipito in quello spazio buio. Tre proiettori sincronizzati stanno raccontando la storia di Barbara Goldin, la sorella ribelle di Nan, suicidatasi a 19 anni dopo aver passato gli ultimi tempi della propria vita in istituzioni per la cura di malattie psichiatriche. Nan che torna con la sua macchina fotografica in quei luoghi tetri e che percorre il tratto di binari sui quali Barbara ha cercato e atteso la propria morte.
Colonna sonora di Leonard Cohen, Johnny Cash, This Mortal Coil che rifanno "Song to the siren" di Tim Buckley. La tomba di Barbara, Nan che le porta una pianta fiorita.

Rivedo il film dall'inizio, non mi importa che ore sono, ci sono cose piu' importanti di quell'aereo, dico a me stesso.

Esco, ritrovo la luce calda della giornata primaverile. Decido di fare a piedi i venticinque isolati che mi separano dalla mia valigia. Arrivo all'hotel con quasi un'ora di ritardo rispetto alla deadline delle 3 e un quarto intimatami dalla concierge. Il treno della metropolitana pero' arriva subito, linea F fino a JFK, poi trenino sopraelevato fino al terminal 7, check in, security leggera rispetto ai miei ultimi viaggi americani, nessuna coda, aereo puntuale. Riesco anche a dare un'occhiata alla posta nella lounge della British.

Salgo sull'aereo e subito dopo il decollo abbasso il sedile e mi avvolgo nella coperta fino al mattino dopo. Solo il tempo di guardare sparire le luci di New York e di ritrovare una falce di Luna sopra le nuvole. Mi svegliero' con la dolce luce dell'alba, mentre una hostess gentile mi porta succo d'arancia e un piatto di frutta e il comandante annuncia che tra 40 minuti atterreremo a Londra.

martedì 21 marzo 2006

Altra musica

Avete visto Syriana di Stephen Gaghan? Io l'ho fatto Sabato sera, poche ore prima di volare a New York per seguire una conferenza. Non so se sia stato quel film, che come immagino sappiate denuncia in modo impietoso la corruzione del governo americano, ma il fatto e' che vorrei essere ovunque ma non qui.

Provo un enorme disagio nei confronti dell'America, questo Paese e' cambiato cosi' tanto negli ultimi anni. Ricordo l'entusiasmo dei miei primi viaggi qui, all'inizio degli anni '90 e lo confronto con la desolazione nella quale l'amministrazione Bush ha gettato questo Paese. Ho fatto l'errore di guardare la televisione per pochi minuti qualche sera fa, per non ripeterlo mai piu'. Il primate inferiore stava scendendo da un elicottero e ha risposto a domande dei Vespa locali a proposito della liberazione dell'Iraq. Avete letto bene, liberazione.

Per fortuna New York conserva il suo fascino. Nel poco tempo libero ho passeggiato nell'Upper West Side con il mio amico Roberto Festa (per chi non lo conosce: corrispondente da qui per Radio Popolare e Repubblica) e sono stato nel Village. Splendida epiphany a Other Music, il migliore emporio di musica che piace a noi in questa citta'. Stavo rovistando tra i loro dischi e improvvisamente la giovane commessa ha messo sul piatto un vecchio album di John Barry. E la sigla di "Attenti a quei due", uno dei miei telefilm preferiti di quando facevo le scuole elementari, si e' diffusa tutt'attorno. Passioni di eta' diverse che si sono incontrate, mentre il cielo iniziava a cambiare colore, e in distanza si accendevano le luci gialle che illuminano l'Empire State Building.

sabato 18 marzo 2006

Come fa uno a trovarsi davanti Brian Eno e a non intervistarlo, ditemelo voi

A Milano quando sei un po' depresso dove vai? A Londra c'e' la Tate Modern. Che e' a 10 minuti a piedi da dove lavoro e a 20 da dove vivo, li' bell'e pronta per ogni emergenza. E arrivarci e' bellissimo, attraversando il fiume sul ponte sospeso, con l'ombra di San Paolo alle tue spalle. Entri, ti riempi gli occhi di tutta quella bellezza e stai subito meglio. Cosi' ho fatto ieri sera perche' per ogni Friday o Saturday night blues la Tate e' pronta ad accoglierti fino a tardi. E la sera e' anche ragionevolmente vuota. Passi che rimbombano sul legno nel silenzio, possibilita' di avvicinarsi, poi allontanarsi e avvicinarsi ancora alle opere, fermarcisi davanti fino a quando l'immagine si e' impressa proprio bene nella retina e la puoi portare con te.

Bella la mostra dedicata a Martin Kippenberger. La Tate mi ha fatto amare in questi anni l'arte tedesca, da Eva Hesse a Joseph Beuys, del quale Kippenberger e' il legittimo erede. Grandi tele, installazioni, il processo creativo al centro dell'espressione artistica, il prodotto finito solo un output del quale ci si puo' liberare.

"I'm in favour of good mood worlds. Because I'm on the good-mood side, although that's not to say that tragic things aren't constantly happeningto me" ha detto.

E proprio davanti alla mostra di Kippenberger si apre la monumentale retrospettiva su due maestri della scuola Bauhaus, Josef Albers e Laszlo Moholy-Nagy. 12 sale piene di fotografie, lavori grafici, light shows. Mi sono piaciuti davvero tanto i loro scatti, che non conoscevo. Alcuni mi hanno ricordato il genio di Man Ray.

"Through technique man can be freed, if he finally realizes the purpose: a balanced life through fine use of his liberated creative energies" ha detto Moholy-Nagy.


E stamattina giretto a Chelsea, alla Michael Hoppen Gallery, mica posso perdere una mostra di questa splendida galleria piena di foto meravigliose. Primo e secondo piano sono occupati da scatti di Andre' Villers, realizzati nello studio di Picasso. Splendido un ritratto della modella Sylvette, che purtroppo non ho trovato in rete. Qui sopra vedete la sua interpretazione che ne diede il maestro spagnolo.

E al piano terreno trovate tante belle foto di Lynn Davis e Tiina Itkonen. Una di grandi dimensioni, in particolare, come mi faceva notare la ragazza che lavora li' (e che stamattina quando sono entrato stava ascoltando Sufjan Stevens, ci pensate?), rappresenta un mare cosi' bello che in quella foto viene voglia di immergersi.


E infine parliamo di lui, Brian Eno, che ho sentito parlare dal palco della manifestazione pacifista di oggi pomeriggio. Facendo buon uso della mia tessera di giornalista sono riuscito a salire sullo stesso palco e a intervistarlo in diretta a Radio Popolare, poco prima del mio collegamento dalla manifestazione. Che simpatico il nostro Brian! Ha accettato di buon grado l'intervista, consigliato soprattutto da una delle organizzatrici della marcia che conosceva la nostra radio e che gli ha detto "da che parte stiamo". E poi dopo l'intervista non finiva piu' di ringraziarmi quando gli ho detto che a Prospettive Musicali lo ascoltiamo spesso. Che sorriso aperto, che bella persona.

venerdì 17 marzo 2006

I don't know

"And they wonder why those of us in our 20s refuse to work an 80-hour week just so we can afford to buy their BMWs. Why we aren't interested in the counterculture that they invented. As if we did not see them disembowel their revolution for a pair of running shoes. But the question remains: what are we going to do now? How can we repair all the damage we inherited? Fellow graduates, the answer is simple. The answer is ... I don't know".
(Winona Ryder as Lelaina Pierce in "Reality bites")

The doors

"There's a strange new music in the street
you and I
know the world can't be like this
it's our love that makes it shine
girl - whatever trouble waits outside
these walls
we're safe inside this house of light
we make up our own storyline"
(DONALD FAGEN The great pagoda of funn, da Morph the cat, Reprise 2006)

Come dice lo stesso Fagen, "Lovers attempt to shut out the harsh realities of life".

Il tastierista degli Steely Dan fa sempre lo stesso disco da trent'anni, lo so. Ma e' importante, a volte, chiudere le porte della realta', e le sue canzoni offrono protezione dal mondo, con i loro rassicuranti assoli di fiati e le loro chitarre educate.

mercoledì 15 marzo 2006

And the winner is

Mi ha fatto davvero piacere stamattina leggere questo articolo sul mio quotidiano preferito. Romano Prodi che manda all'angolo il patetico nanetto col trapianto di capelli e il lifting, il dittatorello brianzolo che ha apostrofato i parlamentari europei come "turisti della democrazia" e uno di loro come kapo', il bulletto di paese che nelle riunioni di ministri internazionali fa le corna a un collega, la vergogna di ogni italiano che vive all'estero. Se non l'avete ancora fatto, vi prego di guardare questo video per capire, fatelo davvero.

Il Guardian parla esplicitamente di linguaggio corporeo fiducioso e incisivo a proposito di Prodi mentre sottolinea che il cumenda nano stavolta, in campo neutro e con regole da rispettare, non faceva altro che guardare il tavolo davanti a se' e apparire impacciato.

A London Calling parliamo di arte, musica, cinema, osservazioni quotidiane. E dato che conosco molti di voi che mi leggete, so che chi vota questa orrenda destra liberista ma non libertaria gira alla larga da queste pagine per nostra fortuna.

Credo pero' che abbia senso, anche qui, prendere posizione per il voto. E' importante che tutti noi, sia chi vive in Italia che chi sta all'estero, partecipiamo alla liberazione del nostro Paese, che facciamo il possibile perche' il cavalier Bellachioma sia finalmente assicurato alla giustizia e che le sue disgustose riforme a favore della classe dominante siano cancellate per sempre.

Prodi e' stato molto convincente, ha parlato di giustizia distributiva e, fatto ancora piu' incisivo per me, di "organizzazione della felicita'. Ha usato questa parola, qualcosa che esula dalla rabbrividente retorica berlusconiana per la quale tutto puo' essere misurato in termini monetari. Felicita' vuol dire anche rispetto per l'ambiente, vuole dire anche speranza per un futuro di armonia sociale e solidarieta', vuole dire annullare per sempre la schifosissima legge Biagi che sposta sui meno privilegiati il rischio d'impresa per il quale i padroni percepiscono lauti profitti.

Non mi illudo. Ci vorrebbero misure economiche molto piu' decise di quelle proposte dall'Ulivo per sentire di vivere in una societa' giusta (fiscalizzazione progressiva dei patrimoni privati per tutelare l'ambiente e promuovere iniziative culturali, socializzazione dei mezzi di produzione, forte impulso all'organizzazione cooperativa del lavoro, ecc.). Ma adesso e' troppo importante fare un primo passo per liberare il nostro Paese dall'abisso nel quale e' precipitato credendo alle promesse del nano piazzista.

Insomma, e' importante, votiamo tutti. E chi vive all'estero e non sa come fare, mi mandi la sua mail e gli giro la spiegazione per votare per corrispondenza.

[Kit mi ha segnalato questo test, trovato sul blog di Garnant. Cosi' ho scoperto di essere qui].

martedì 14 marzo 2006

Sweet child of mine

Le regole della distribuzione cinematografica mi sono davvero oscure. Qui a Londra, dove non vengono mai doppiati, i film dovrebbero uscire immediatamente, cosa ci vuole a scribacchiare un po' di sottotitoli? E invece spesso bisogna aspettare mesi prima che una pellicola che voi in Italia avete gia' visto tutti passi anche da queste parti. E succede pure con film in lingua inglese (per fare un esempio, con "Le tre sepolture", che qui dobbiamo ancora vedere).

Insomma e' successo anche con "L'enfant", palma d'oro a Cannes l'anno scorso, che finalmente e' stato distribuito anche qui, ultimo Paese europeo immagino. Se non altro lo danno al mio cinema locale (il Barbican per chi ancora non lo sapesse), quindi anche con l'otite ho potuto percorrere i cinque sopraelevati e ventosi minuti che separano il mio soggiorno dalle poltrone della sala 2.

La storia, immagino la conosciate, e' quella di due sbandati belgi che hanno un figlio. Il padre decide di venderlo, all'insaputa della madre. La quale, naturalmente, ha un collasso quando lui, raggiante, le mostra i 5mila euro ottenuti dalla vendita. Seguono delle cose, che naturalmente non vi racconto.

Tutto questo per dire che anche per un appasionato del cinema dei fratelli Dardenne come me, entusiasta sia di "Rosetta" che di "Le fils", "L'enfant" e' un assoluto capolavoro. I film precedenti, pur bellissimi, erano un po' monocromatici, tendenti al grigio. L'ultimo film dei fratelli belgi invece non ha un istante sprecato. L'ambientazione e' superlativamente realista: asfalto, cemento, fango. I personaggi disperatamente romantici. La musica e' traffico, rumore di auto e scooters. Le vite sono sopra le proprie possibilita', sempre e comunque.

E' la realta', bellezza.

lunedì 13 marzo 2006

Martedi' a Zoe

Fine settimana difficile. Svegliato Venerdi' notte con un dolore forte che una volta preso coscienza si e' rivelato una bella otite. Mettere i tappi mentre nuoto, come mi ha consigliato il dottore l'altra volta, non e' purtroppo servito. Temo di dover abbandonare la piscina, con grande dispiacere. Insomma Sabato sono stato in casa tutto il giorno, alzandomi solo di tanto in tanto per prepararmi una spremuta, un te' o un piatto di zuppa di verdura (cibo solido no, impossibile masticare, troppo dolore).

Domenica mi si e' posto il dilemma morale se stare ancora in casa per tutta la giornata, e dovermi poi giustificare con Marina per non potere preparare il servizio di Martedi' per Zoe, oppure sfidare la giornata ventosa, coprire il mio malandato orecchio sinistro con vari strati di lana, e cercare di raggiungere la Photographers' Gallery. Come se non fosse bastata la mia otite, la stazione di Barbican era pure chiusa, quindi ho dovuto optare per un bus. Quando mi ha visto salire con dolce vita di lana tirata sul naso, cappuccio calato sugli occhi e sciarpa annodata attorno alla testa, il guidatore c'e' mancato poco che non parcheggiasse e se la desse a gambe.

Pero' alla Photographers' Gallery sono alla fine arrivato e ne e' valsa la pena. In questi giorni sono esposti i lavori dei finalisti del premio annuale di fotografia. Il vincitore sara' rivelato Mercoledi' 22, prometto di farvi sapere chi sara' (magari lo saprete prima voi, io vado a trovare Roberto Festa a New York settimana prossima, ve l'avevo detto?).

I finalisti sono quattro: Robert Adams, quasi settant'anni, vita da recluso in un villaggio sperduto nell'Oregon. Da quasi mezzo secolo documenta la trasformazione del paesaggio nel Nord Ovest degli Stati Uniti: deforestazione, industrializzazione, urbanizzazione. Le sue foto in bianco e nero, che hanno spesso come soggetto alberi abbattuti, sono eleganti e piene di elegia di un passato che scompare.

Secondo finalista Alec Soth, neanche quarantenne, dal Minnesota. Viaggiatore con la sua macchina fotografica vintage sulla spalla, sembra un ritrattista di cent'anni fa. I suoi scatti riprendono la provincia americana e a me ricordano tanto la musica degli Eels. Le foto in mostra sono quelle di un viaggio fatto lungo il corso del Mississippi, dal Minnesota alal Luisiana. Le strade del blues, viene in mente.
Il terzo finalista e' Phil Collins, giovane inglese. Videoartista, piu' che fotografo. Fa un po' la stessa cosa che abbiamo visto fare a Candice Breitz alla White Cube qualche mese fa, ricordate? "The world won't listen" degli Smiths e' stato fatto ri-incidere a un gruppo di musicisti colombiani, ad uso di cantanti di karaoke turchi. Per spettatori occidentali naturalmente. Vi ricorda qualcosa? I percorsi produttivi delle merci che tutti consumiamo magari?
E infine la mia favorita, Yto Barrada, dal Marocco. Tangeri per la precisione, un tempo luogo di passaggio dei nord-Africani, i quali con un breve viaggio potevano arrivare ad Algeciras, sud della Spagna. Tutto questo fino al trattato di Schengen, perche' ora quel percorso puo' essere intrapreso solo verso Sud. I confini dell'Europa diventano una chimera per i migranti per necessita'. Foto che raccontano con poesia e crudezza la citta' dove Yto e' nata e dove gestisce una raffinata cineteca.

Di tutto questo parleremo domani a Zoe, alle 12.15, su Radio Popolare. Non mi avrete fatto uscire con l'otite per nulla eh. Ascoltate se vi capita.

venerdì 10 marzo 2006

We’e the litter on the breeze, we're the lovers on the streets

Ieri sera avevo due inviti per la private view della terza Tate Triennial, cosi' il mio amico Marco e io abbiamo preso la metro in direzione Pimlico, verso la Tate Britain. L'eccitazione non e' durata molto, dato che ci siamo trovati di fronte a lavori troppo ermetici o troppo gia' visti o troppo poco interessanti.

Tutto questo fino a quando siamo entrati in una piccola sala proiezioni dedicata alle diapositive di questa giovane fotografa londinese, Muzi Quawson. Qui trovate un po' di suoi scatti di giovani americani perennemente in viaggio. Foto che trovo straordinariamente musicali (vengono in mente i Dinosaur Jr., per l'assonanza con la copertina di "Green mind", ma anche Cat Power, Neko Case, Isobel Campbell).

giovedì 9 marzo 2006

Civilized man thinks out his difficulties, at least he thinks he does, primitive man dances out his difficulties


La copertina, lo so gia', vi piacera' tantissimo. Ma non chiedetemi chi l'ha disegnata stavolta, perche' ho letto ogni small print del libretto senza trovare il nome dell'autore.

Neko Case in questa sua nuova raccolta si e' davvero superata. Country gentile e rilassato con accenti Southern. Non tanto lontano da certe cose dei Calexico e dei Giant Sand, solo con un tocco piu' cantautorale. Musica che mi fa tanto pensare all'estate, alle notti passate sotto le stelle. Ascoltate soprattutto "Star witness" e ditemi se non potrebbe diventare un classico nel suo genere. Siamo dalle parti della rilettura moderna della tradizione country-folk che ci ha dato il capolavoro "The greatest" di Cat Power. Che sia questa la musica del 2006 che porteremo con noi negli anni a venire? Mi basta alternare questi due dischi nel mio lettore per essere felice.


E poi una segnalazione per i lettori londinesi. Alla Virgin di Piccadilly Circus, tra le offerte, si trova la monumentale antologia del folk americano curata da Harry Smith nel 1952 e magistralmente ristampata dalla Smithsonian Folkways nel 1997. Il prezzo e' crollato dalle originali proibitive 104.99 sterline a piu' ragionevoli 68.99, ma se pensate di cercarne una copia vi consiglio di muovervi perche' non ne sono rimaste molte. Oltre ai sei immortali volumi di musica registrata tra il 1926 e il 1934, trasferiti su CD spesso da 78 giri originali, troverete nell'elegante scatola telata un grande volume di saggi tra i quali si distingue per la precisione uno scritto di Greil Marcus e, pensate, la riproduzione fedele anche negli errori del volume di commenti che accompagnava l'edizione del 1952 (dal quale ho tratto il titolo del post).

Ascoltate questi eroi: Blind Lemon Jefferson (al quale Nick Cave dedico' un brano e del quale Steve Wynn riprese "See that my grave is kept clean"), la Carter Family, e molti eroi sconosciuti del cajun, del primo blues, della musica da danza o devozionale che sta alla base di tutto cio' che sentiamo. Cosi' coinvolgente e soprattutto commovente. Per un po', prima di accantonare la domanda, ci si chiede se davvero abbia senso tutto quello che e' successo dopo.

martedì 7 marzo 2006

Se una notte d'inverno un viaggiatore

Anche qui a Londra, dove sono tornato ieri, non fa piu' tanto freddo. Non posso dire di sentire la primavera in una giornata grigia come oggi, nonostante le ore di luce si siano un po' allungate anche qui.

Pero' voglio essere positivo e segnalare, come faccio sempre, tutto quello che ho davvero amato nella stagione che, un po' ottimisticamente, possiamo considerare conclusa.

Le immagini piu' belle ce le ha regalate Patrick Taberna, quelle foto scattate appena prima della pioggia quando, come notava Antonio, il tempo ci costringe a cambiare programmi. Foto che fanno venire il desiderio di rifugiarci a bere una tazza di te' in un luogo tranquillo.

La musica che mi ha portato con se' e' stata altrettanto piovosa: Cat Power, Richard Thompson, Regina Spektor, gli Eels con un quartetto d'archi. Suoni acustici e naturali, storie raccontate con dolcezza e ironia.

E per le parole devo ringraziare Kit, che mi ha regalato questa raccolta di racconti di Murakami Haruki. L'ultimo, "Torte al miele" l'ho riletto diverse volte, a notte fonda o al mattino presto. Intenerisce e illumina.

domenica 5 marzo 2006

Prospettive Musicali di Domenica 5 Marzo

Abbiamo ascoltato:

1) REGINA SPEKTOR Oedipus (da Mary Ann meets the gravediggers and other short stories, Transgressive 2005)
2) SUSANNE ABBUEHL Yes is a pleasant country (da April, ECM 2001)
3) REGINA SPEKTOR Prisoners (da Mary Ann meets the gravediggers and other short stories, Transgressive 2005)
4) URSULA RUCKER Humbled (da Ma'at mama, K7 2006)
5) JILL SCOTT I am not afraid (da Beautifully human, Epic 2004)
6) URSULA RUCKER Children's poem (da Ma'at mama, K7 2006)
7) TORTOISE & BONNIE PRINCE BILLY Thunder road (da The brave and the bold, Overcoat 2006)
8) TORTOISE TNT (da TNT, City Slang 1998)
9) OS MUTANTES A minha menina (da VV. AA. Tropicalia, Soul Jazz 2005)

venerdì 3 marzo 2006

Fabio, ma ti rendi conto che i post acidi ti fanno perdere lettori? Siamo a meno 30% negli ultimi 28 giorni secondo Shinystat, fa' qualcosa

Devo ringraziare i Magic Numbers e il loro concerto di ieri sera ai Magazzini Generali per avermi chiarito le idee su quale musica davvero non riesco a sopportare: quella innocua, inoffensiva, inutile. Io non vorrei scrivere post come questo, mi piacerebbe che London Calling potesse segnalare ogni giorno cose interessanti da fare, sentire, vedere, leggere. Ma di fronte a una performance cosi' piatta e senza un'istante di emozione come si fa a tacere?

giovedì 2 marzo 2006

Il cielo sopra New York

C'e' tutta questa primavera che si sente arrivare qui a Milano, direi forse un mese prima di poter dire la stessa cosa a Londra. Il Sole di questi giorni mi ha dato tanta energia.

E ieri sera e' stato bellissimo arrivare a Forma e trovare la galleria deserta, aggirarci in tutto quello spazio silenzioso, confrontarci con quelle immagini grandi e cosi' forti.

In questo periodo lo spazio centrale e' occupato da una mostra di Peter Lindbergh. Confermo di trovarlo un po' gelido, ma la sequenza di tre foto alla quale i curatori hanno giustamente dato un rilievo particolare (le trovate appese alla parete che divide in due la sala piu' grande della galleria) toglie il fiato. Una delle foto e' quella qui sopra, la seconda rappresenta Grand Central Terminal di New York, con la folla sparsa di passeggeri guardata dall'alto dallo stesso angelo caduto, e nella terza vediamo l'ingrandimento delle gambe dei passeggeri. Il tutto mi ha suggerito riferimenti a "Il cielo sopra Berlino" (su una parete e' stato riportato un commento di Wenders sul lavoro del connazionalke Lindbergh), e anche la contrapposizione tra quotidianita' ed eternita', tra tempo in movimento e tempo sospeso.

Dopo esserci immersi nella gelida bellezza di Lindbergh, gli scatti di Piergiorgio Branzi ci riportano a una dimensione cosi' incredibilmente umana, piena di calore, di famigliarita'. Un po' come mettere sul giradischi "Fifth Dimension" dei Byrds dopo avere ascoltato Roni Size, per dire. Il suo e' un mondo che non c'e' piu', che i lettori della mia generazione hanno solo sfiorato, specie chi, come me, e' cresciuto in un paese di poche anime. E' recuperare ricordi, persone, racconti, tempo visitare la sua mostra. Non lo sapevo, ma delle sue foto avevo davvero bisogno. A sort of homecoming. Ora sono davvero tornato a casa.